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La Misteriosa "Valle della Morte" Siberiana - Terza Parte PDF Stampa E-mail
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Domenica 21 Dicembre 2014 14:13

Di Valery Uvarov

Torniamo al 30 giugno 1908 e valutiamo quanto accadde attraverso quello che videro i testimoni. Nel suo complesso l'evento osservato si svolse grosso modo secondo il seguente schema. Verso le 7.15 il meteorite si spostava seguendo una traiettoria sudest-nordovest. A Preobrazhenka, 1. M. Volozhin vide "una fascia di fumo che emetteva fuoco" attraversare il cielo; era il meteorite che si precipitava rumorosamente verso la Terra.

1. La generazione e il lancio delle "sfere terminator"
La gente dell'area di Kirensk riferì:
...A nord-ovest comparve una colonna infuocata, a forma di lancia e di circa quattro sagen [circa 6 metri] di diametro. Una volta scomparsa, si udirono cinque forti e secche detonazioni, come colpi di cannone, distinte e a breve distanza le une dalle altre...
Dalla stazione commerciale di Teteria furono avvistate "colonne di fuoco" in direzione nord. Anche in altri luoghi (Kezhma, Nizhne-Ilimsk, Vitim), che non si trovano lungo un'unica direttrice, si osservarono "colonne di fuoco".

2. Bagliore rosso durante la generazione delle sfere prima dell'esplosione
L'emersione dei terminator in superficie costituisce la fase di maggiore intensità energetica e fa sì che le "colonne di energia" e i "terminator" producano un'intensa luce bianca, analoga a quella prodotta nel processo della saldatura. L'intensità della luce era tale che gli osservatori avevano l'impressione che tutto fosse sbiadito o diventato scuro. Poi, dopo l'emersione di un "terminator", il livello energetico del processo mutava (diminuiva) in modo tale che le "colonne di energia" e i "terminator" volgevano al rosso, illuminando l'area dell'esplosione a venire. Maxim Kainachenok, un Evenk cinquantenne intervistato a Vanavara, ebbe a dire:
...I miei genitori si erano fermati sul Segochamba, dove la terra tremava e rimbombavano i tuoni. Prima comparve la tonalità rossa, poi vi fu il tuono. La tonalità rossa era distante da Vanavara. Nel momento in cui il meteorite cadeva, zio Axenov uscì ad accudire la renna e disse che al di sopra del sito dell 'esplosione prima tutto divenne nero, poi rosso, e quindi sentirono il tuono...
La settantacinquenne Anna Yelkina, una donna Evenk che viveva a Vanavara, confermò l'evento:
Al mattino presto...poco più in su rispetto al sole, ci fu un rombo di tuono. Su, in alto. L'intero cielo era rosso, e non solo il cielo: tutto quel che c 'era intorno era rosso — la terra e il cielo. Poi vi fu un potente tuono. Un suono come di campana, come di gente che colpisse un pezzo di ferro. Il tuono durò per circa mezz'ora...

3. Le traiettorie dei "Terminator"
Immediatamente dopo la comparsa delle colonne di luce (energia), nel cielo apparvero splendenti "sfere terminator" che iniziarono a dirigersi verso il sito dell'esplosione. Come molte migliaia di altre persone intervistate, N. Ponomarev del villaggio di Nizhne-Ilimsk riferì:
Alle 7.20 vicino a Nizhne-Ilimsk si udì un forte rumore che si tramutò in scoppi di tuono... Alcune case furono scosse dai colpi. Molti videro che prima del tuono "un qualche corpo infuocato simile a un tronco " si precipitava con fracasso al di sopra del
terreno da sud verso nord-ovest. Subito dopo giunse lo schianto, e nel luogo in cui il corpo infuocato era svanito comparve il "fuoco", e poi "fumo"...
K. A. Kokorin, abitante del villaggio di Kezhma, intervistato nel 1930 da Ye. L. Krinov, riferì:
Tre o quattro giorni prima di quello di San Pietro, non più tardi delle 8 del mattino udii dei suoni simili a colpi di cannone. Mi precipitai immediatamente nel cortile, che dà a ovest e a sud- ovest. In quel momento i suoni continuavano, volsi lo sguardo verso sud-ovest e, a circa metà altezza fra lo zenith e l'orizzonte, vidi una sfera rossa che volava; ai lati e dietro di essa si distinguevano delle scie multicolori.
Nello stesso momento a Kirensk la gente osservava una palla rossa infuocata in direzione nord-ovest, che secondo alcuni resoconti si spostava lungo un asse orizzontale, mentre secondo altri precipitava a picco.
Nei pressi delle Rapide Mursky (vicino al villaggio di Boguchany) ci fu un lampo di luce bluastra e un corpo infuocato, considerevolmente più grande del sole, sfrecciò da sud lasciando una consistente scia luminosa...tunguska68

4. L'intercettazione del meteorite
L'intercettazione del meteorite fu opera di un "terminator" che lo colpì dall'alto onde ridurne bruscamente la velocità originaria. Questa attività liberò una colossale quantità di energia che, combinata con quella del "terminator", fuse letteralmente la materia del meteorite stesso.
Nel rapporto del corrispondente S. Kulesh, pubblicato il 2 luglio (vecchio calendario) 1908 sul giornale di Irkutsk Sibir, leggiamo:
La mattina del 17 (30) giugno, nel villaggio di Nizhne-Kerelinsko- ye (a circa 200 verst [215 chilometri] a nord di Kirensk) i contadini hanno visto in direzione nord-ovest e abbastanza alto rispetto al- l'orizzonte un corpo risplendente di una luce bianco-bluastra di eccezionale intensità (non si riusciva a fissarla) che si è spostato verso il basso per una decina di minuti... Una volta raggiunto il suolo (la foresta), il corpo splendente si è apparentemente fuso. Al suo posto si è formata un 'immensa nube di fumo nero e si è udito un rumore (non un tuono) eccezionalmente fragoroso, co-me massi che cadevano o colpi di cannone. Tutti gli edifìci hanno tremato. Al contempo dalla nube ha cominciato a scaturire una fiamma di forma indeterminata...
Segue il resoconto di S. B. Semionov, che si trovava nel villaggio di Vanavara, a 100 chilometri dal sito del disastro:

... Improvvisamente, a nord, il cielo si aprì ed in esso comparve il fuoco, alto ed esteso al di sopra degli alberi, che occupava l'intero settore nord del cielo stesso. In quel momento provai una forte sensazione di calore, come se la casacca che indossavo avesse preso fuoco. Volevo urlare e togliermela di dosso, ma a quel punto [il cielo] si richiuse con un botto tremendo, al che fui scaglialo a terra per una distanza di tre sagen. Quando il cielo si aprì, oltre le case infuriò un vento caldo, come emesso da un cannone, che lasciò sul terreno tracce simili a scanalature e che danneggiò le cipolle giunte a maturazione. Quindi risultò che
molti vetri delle finestre erano in franti, così come il fermaglio di ferro della porta del fienile...
P. P. Kosolapov, che in quel momento si trovava accanto a Se- mionov, pur non notando alcun fenomeno luminoso, si sentì bruciare le orecchie. A cinquanta chilometri dal luogo dell'esplosione i vestiti della gente bruciarono senza fiamma a causa di un insopportabile calore che, proveniente da qualche parte della fredda taiga, a un tratto li investì. A sessanta chilometri di distanza nessuno riuscì a mantenersi eretto. A seicento chilometri di distanza il lampo offuscò il sole.

Forze esplosive compensative
Gli abitanti della zona, interrogati dagli scienziati che indagavano sull'esplosione di Tunguska, asserirono che un istante prima del terribile lampo alberi, yurt (le tende dei nomadi) ed interi appezzamenti di terreno delle colline furono scagliati in aria, mentre nei fiumi le onde procedevano controcorrente. Queste osservazioni costituiscono un indizio diretto che quanto accadde fu un'implosione nel vuoto, che risucchiò ogni cosa verso il proprio centro, mentre aveva al contempo una componente che operava nella direzione opposta, dato che gli alberi in corrispondenza degli epicentri delle esplosioni caddero verso l'esterno del centro. Questa differenza di direzioni allude all'impiego di una tecnologia di compensazione delle forze esplosive! I resoconti di una serie di testimoni compongono il quadro di una distribuzione ben ordinata della pressione derivante dall'onda d'urto dell'esplosione.
I materiali di ricerca e le interviste contengono una considerevole quantità di fatti trascurati dagli specialisti — ad esempio, indicazioni che i colpi, il rumore e i bagliori che accompagnavano le esplosioni venivano descritti dai testimoni in quanto terribili oppure irrilevanti (a stento percepibili), nonostante il fatto che le persone e gli insediamenti da cui abbiamo ricavato i resoconti si trovassero a breve distanza fra loro.
Nei loro resoconti molti testimoni che si trovavano relativamente vicini al luogo dell'esplosione asseriscono di non aver percepito alcuno scoppio né scosse telluriche, mentre in alcuni insediamenti a 600 chilometri di distanza dall'epicentro le case sobbalzarono, le vetrate delle finestre andarono in frantumi e le pareti delle stufe sì creparono!
In altri termini, la principale onda d'urto dell'esplosione venne in qualche modo compensata in modo tale che il minor numero di persone avesse a subirne gli effetti, seppure si dimostrò impossibile evitare vittime fra gli animali (le renne morirono a migliaia) e le persone; non tutti diedero retta ai moniti degli sciamani e abbandonarono l'area.

tunguska70Non era la prima volta che i ricercatori si erano imbattuti nell'impiego di tecnologia per la compensazione di forze esplosive. 1 processi e le conseguenze dell'esplosione di Tunguska recano una certa somiglianza con l'esplosione che si verificò il 12 aprile 1991 a Sasovo, a circa 500 chilometri di distanza da Mosca. Approfondite ricerche hanno indicato che in entrambi i casi la principale energia dell'onda d'urto e le conseguenze di esplosioni di tremenda estensione ed intensità furono trasferite in un diverso spazio (dimensione)!
Uno specifico indicatore dell'uso di tecnologia volta a compensare forze esplosive è un caratteristico suono che precede e segue la fase della detonazione principale. Sia nelle esplosioni a Tunguska che a Sasovo (nel secondo caso lasciò un cratere di 28 x 3,5 metri proprio al centro della città), il fragore dell'esplosione stessa venne preceduto e quindi si tramutò nuovamente in un suono che un testimone dell'esplosione di Tunguska ha descritto come "simile al suono del vento, che procedeva da nord verso sud". Altri lo descrissero come il rumore che produce nell'aria un proiettile da tre pollici. Tenete presente che il suono in questione precedeva l'esplosione e quindi si ripresentava dopo di essa — come fosse il suono di qualcosa che volava via dal luogo del disastro. Nel caso di Sasovo i testimoni descrissero l'effetto come il rumore di un jet che precipita o sfreccia via!
Segue il resoconto di una donna, tale Nikitina, che lavorava presso la stazione ferroviaria di Sasovo:
Improvvisamente vi fu un crescente boato; le pareti della torre di avvistamento, dove mi trovavo in quel momento, tremarono. Poi si verificò un 'esplosione di intensità mostruosa; i vetri delle finestre caddero in frantumi sul pavimento...
I testimoni descrivono un rumore che quindi si allontanava.
Nell'insieme, abbiamo la seguente catena di eventi:
1. Un boato (rumore) crescente;
2. Una potente esplosione;
3. Un botto simile a quello di un velivolo che infrange la barriera del suono ed un boato in diminuzione (un rumore simile a quello di un jet che volando si allontana dall'osservatore).
L'impiego di tecnologia di compensazione suggerisce inequivoca-bilmente il coinvolgimento di entità intelligenti che hanno gestito quanto accaduto. Se così non fosse stato, le conseguenze delle esplosioni sarebbero state di gran lunga più terribili e devastanti e, probabilmente, avrebbero comportato la morte di migliaia e migliaia di persone ignare!
II primo colpo fu inferto al meteorite di Tunguska da un terminator che era rimasto in sua attesa e che lo colpì ad un'altitudine di circa 10.000 metri. L'esplosione fu accompagnata da un bagliore accecante che provocò bruciature da radiazioni alla vegetazione nonché un incendio che interessò un'area di 25 chilometri di raggio.

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Ultimo aggiornamento Domenica 21 Dicembre 2014 14:31
 
QUANDO LA TERRA SI CAPOVOLSE PDF Stampa E-mail
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Domenica 14 Dicembre 2014 12:56

di Massimo Barbetta e Luigi Cozzi

Una straordinaria mappa astrale, costituita da un mosaico fatto di conchiglie e trovata in un sepolcro a Xishulpo, nella provincia dello Henan in Cina, sta provocando molta perplessità tra gli studiosi dell’antichità.
Attribuita al 3000 prima di Cristo, infatti, questa mappa ha ben 5000 anni di età e presenta un mucchio di problemi per gli esperti di oggi.
Il cielo che è raffigurato su di essa risulta infatti completamente capovolto.

La mappa dell'Imperatore Wang Cuo
La mappa astrale cinese, questo straordinario documento sulla cui autenticità non ci sono dubbi, è venuto in realtà alla luce verso la fine degli anni Settanta, durante alcuni lavori di scavo, ma all’inizio venne trascurato e non fu studiato a dovere. E’ stato pertanto “riscoperto” solo di recente, quando i ricercatori del museo provinciale di Hebei a Shijiashuang hanno finalmente iniziato a inventariare i reperti provenienti dalla tomba dell’imperatore Wang Cuo (344-313 a.C. circa). La loro attenzione si èconcentrata quasi subito su questa singolare mappa del cielo tutta fatta con delle conchiglie, e allora sono cominciate le scoperte e... i mysteri.
Secondo il ricercatore Feng Shi dell’Accademia cinese di Scienze Sociali, i mosaici della mappa, disposti attorno allo scheletro di un uomo, ritraggono infatti sicuramente le costellazioni della Tigre, del Drago e dell’Orsa Maggiore. Feng Sbi ritiene inoltre che la disposizione dello scheletro (con i piedi rivolti verso nord), dei mosaici e delle pareti della tomba stanno a indicare i solstizi e gli equinozi. Ma...
“Ma quello che ci sta lasciando molto perplessi,” ha dichiarato un altro dei ricercatori attualmente al lavoro sulla mappa cinese, David W. Pankeiner della Leight Universiry di Berhlehem, in Pensylvania, “è che la disposizione di tutti questi mosaici non rispecchia per niente la posizione e l’orientamento che quelle costellazioni hanno oggi nel cielo notturno. La coda del Drago dovrebbe infatti puntare verso il nord.. .e invece sulla mappa non è raffigurata affatto così!”
In sostanza, le teste degli animali raffigurati come costellazioni su quell’antichissima mappa del cielo dovrebbero essere tutte rivolte verso il meridione.. .e invece lì risultano guardare nella direzione del settentrione. Ma non ètutto. Pankeiner osserva anche che l’immagine del Carro Maggiore, con il “braccio” formato da due femori umani, punta in direzione della testa del Drago, a est, e anche in questo caso il senso èinvertito: oggi la testa del Drago non guarda a est.
“Viste le straordinarie capacità di osservazione che certamente possedevano tutti gli antichi astronomi cinesi, e in particolare quelli al servizio dell’imperatore, “ha commentato Pankeiner, molto perplesso, “non credo proprio che chi costruì quella mappa celeste per la tomba dell’imperatore Wang Cuo fosse così sprovveduto da non essere stato in grado di documentarsi meglio. E quindi questa certezza spalanca un grande problema, dato che fa insorgere in noi il sospetto che forse, in quelle epoche così remote, il cielo sopra la Terra magari era effettivamente diverso da come èoggi... e quindi le costellazioni raffigurate su quella mappa occupavano per davvero una posizione differente rispetto a quella che hanno adesso.”
Come a dire, quindi, che forse la Terra, intorno ai cinquemila anni fa, si èquasi capovolta all’improvviso, magari ruotando di colpo su se stessa di 45, se non addirittura di 90 gradi!
Un’ipotesi folle, impossibile?
Forse. Però c’è chi la ritiene possibile e afferma di averne perfino trovate le prove.

Quando il nord era a sud
La “piuma dì struzzo” per gli antichi Egizi era connessa al loro supremo dio Osiride tramite le corone “Aref” e “Pschenr”, ma era anche collegata con il popoìo degli Eriopi e, più in generale, con l’Africa Equatoriale. Nel periodo pre-dinastico, gli antichi Egizi valutavano inoltre pure il Nilo come la rappresentazione di Osiride e ne guardavano le sorgenti poste a sud come il simbolo dell’eterno ritorno cosmico della vita grazie alla loro acqua apportatrice di fertilità per il Regno delle Due Terre (l’Alto e il Basso Egitto).
Da questo sembrerebbe quindi che il sud sia il punto cardinale principale, cioè quello di maggior riferimento, in uso presso i primi egiziani (praticamente quello che è invece il nord per noi). In effetti, Carmela Betrò nel suo volume “I Geroglifici” ci dice a pagina 212: “Come è noto gli Egiziani si orientavano procedendo dal Sud. Essi cioè volgevano le spalle alla foce del Nilo e, di riflesso, al mare, e guardavano invece in direzione delle sorgenti del grande fiume, verso il cuore dell’Africa.”
Lo stesso Plurarco afferma nel suo “De Iside et Osiride”, 32: “In Egitto si sostiene che Osiride è il Nilo che si congiunge con la terra, simboleggiata da Iside, e Tifone è il mare in cui il Nilo si getta e si disperde... Per questo i Sacerdoti considerano il mare una cosa impura e chiamano il sale ‘spuma di Tifone’.” (Il Tifone dei Greci corrisponde al Seth degli Egiziani) In senso architettonico, questa predilezione degli antichi Egizi per il sud, osservato volgendo le spalle al nord, è ben evidente. Tutte le piramidi, gli edifici e i templi più antichi eretti dagli Egizi avevano infatti l’ingresso a nord, mentre tutto il decorso dei corridoi e delle stanze interne si sviluppava verso il sud.
Ma che cosa si può dedurre da questa insolita usanza? Perché veniva praticata?

La "piuma di struzzo" inclinata di 24 gradi
C’è però dell’altro da notare ancora, prima di passare alle ipotesi. Per esempio, osserviamo che il geroglifico che significava “Occidente”, denominato “Amentiu”, era formato da una “Piuma di Struzzo” che singolarmente risultava sempre inclinata di circa 24 gradi rispetro alla posizione della sua asta di supporto.. .una piegatura curiosamente molto simile all’angolo di inclinazione attuale dell’asse terrestre.
Ricordiamo allora anche che Carmela Betrò ci informa, sempre a pagina 212 del suo saggio “I Geroglifici”, che la “Piuma di Struzzo” era “spesso collegata alle rappresentazioni dell’Occidente e, in particolare, dei popoli Occidentali, ad esempio i Libici, che la portano infissa nelle chiome.” Inoltre Plurarco nel suo trattato “De Iside et Osiride”, 32, scrive: “Bisogma tener presente che per gli Egiziani l’oriente rappresenta il volto del settentrione il lato destro ed il meridione quello sinistro: questo spiega perché il Nilo, che scorre da sud a nord, si dice avere la nascita a sinistra e la morte a destra.”
Secondo Plurarco, quindi, gli Egiziani si ponevano con le spalle a est e guardavano verso ovest, quasi che considerassero la Terra come vista con “gli occhi del Sole” che, nel suo tragitto da est a ovest, incontra il sud a sinistra e il nord a destra. Ma allora ci rendiamo conto che, in queste due visioni del mondo, il punto di osservazione viene a spostarsi da nord a est, ruotando in pratica di ben 90 gradi in senso orario. Infatti, il punto osservato, rappresentato da luoghi o popoli connessi alla “Piuma di Struzzo”, si sposta da sud a ovest, ruotando, logicamente, di 90 gradi in senso orario.
Si tratta di un fatto che, ovviamente, è intimamente connesso con rappresentazioni relative al culto di divinità collegate con il rito della
mummificazione e con quello dei Vasi Canopi, nonché con i figli di Horus. Specifica meglio questi concetti la saggista Murry Hope nel suo libro “Il segreto di Sirio” a pagina 134-135: “Le montagne iniziali poste a sostegno delle regioni supreme furono alla fine sostituite da 4 pilastri, ognuno sotto la sorveglianza di un’ap propriata divinità. Col tempo, i pilastri si associarono ai quattro punti cardinali e, quindi, ai quattro figli di Horus che li rappresentavano. Durante le mie ricerche, mi sono imbattuta in molteplici versioni circa le posizioni occupate da questi dèi minori. La dislocazione più largamente accettata èdovuta a Budge, con Imsethy a Sud, Hapy al Nord, Duamutef all’Est e Qebserihuf ad Ovest, secondo una ripartizione che anche Jung vedeva con favore.. .Nei riti in cui era associato il corpo di Osiride, le dee Iside, Nephtys, Neith e Serket erano collegate con i figli di Horus: Iside con Irnsety, Nephtys con Hapy, Neith con Duamutef e Serket con Qebsenhuf.”
Circa poi il collegamento con i Vasi Canopi, ovvero quelle particolari urne destinate a contenere gli organi interni di ogni defunto che veniva mummificato (vasi che erano deposti nelle tombe accanto al sarcofago o alla mummia), possiamo citare questi dati: Iside era legata al Fegato, Nephtys ai polmoni, Neith allo Stomaco e Serker all’intestino. Da tutto questo deriva la presente associazione complessiva:

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Ultimo aggiornamento Domenica 21 Dicembre 2014 14:32
 
La Misteriosa "Valle della Morte" Siberiana - Seconda Parte PDF Stampa E-mail
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Domenica 14 Dicembre 2014 18:01

Di Valery Uvarov

COSA SI CELA DIETRO L'ESPLOSIONE DI TUNGUSKA

Fra alcuni anni, il 30 giugno 2008, ricorrerà il 100° anniversario di una delle più misteriose catastrofi: l'esplosione di un oggetto proveniente dallo spazio nei pressi del Podkamennaya Tunguska River, in Siberia. Difficilmente un qualsiasi altro evento del secolo scorso può reggere il confronto con questo. La potenza complessiva dell'esplosione fu superiore di 2.000 volte a quella delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki messe assieme! A parte questo, l'esplosione di Tunguska determinò i seguenti effetti:
• un anomalo bagliore nel cielo, che rimase visibile sino a 10 giorni dopo l'evento, e una consistente presenza di nubi argentate;
• intense radiazioni di luce e calore;
• interruzione dell'ordinario funzionamento delle attrezzature meteorologiche e piccole scosse sismiche di superficie;
• una tremenda onda sonora che fece due volte il giro del pianeta;
• la caduta di alberi in un'area di oltre 2.000 chilometri quadrati;
• lievi tracce di radioattività, individuate in alberi e negli strati di ghiaccio polare risalenti al 1908;
• anomale caratteristiche del suolo e dei minerali nella zona dell'esplosione di Tunguska;
• la crescita insolitamente rapida della vegetazione in corrispondenza dell'epicentro dell'esplosione di Tunguska;
• raffreddamento del clima terrestre negli anni successivi all'evento.
Nonostante il fatto che un evento di tale portata non sia passato inosservato, i primi tentativi di scoprire cosa fosse realmente accaduto nella remota taiga siberiana ebbero luogo solo molti anni più tardi, nel 1927. Da allora, dozzine di spedizioni di ricerca hanno esaminato l'area, si sono redatti documenti scientifici a centinaia e si sono avanzate altrettante ipotesi sulle cause dell'evento; nessuna di queste, tuttavia, è riuscita a spiegare completamente i complessi fenomeni che hanno preceduto ed accompagnato l'esplosione di Tunguska. Alcuni dei fenomeni osservati dai testimoni oculari semplicemente non rientrano nello schema delle teorie esistenti, mentre la moderna prospettiva dell'attuale pensiero scientifico non è in grado di spiegare gran parte di quanto accaduto.
Oltre a questo, si ha la persistente impressione che ci siamo imbattuti in qualcosa di completamente avulso dai confini della nostra ordinaria comprensione del mondo che ci circonda. Forse oggi siamo vicini come non mai alla soluzione del mistero che costituirà un punto di svolta della coscienza umana; questo comunque richiederà una certa audacia, la capacità di guardare con mente aperta, non vincolata dai dogmi della scienza attuale, con l'intento di valutare adeguatamente gli aspetti più inspiegabili dell'evento.
Il lavoro svolto da generazioni di scienziati e ricercatori ci ha fornito una ricca mole di fatti e di materiale scientifico, che ha reso possibile far luce sulle reali cause e la natura dei fenomeni avvenuti quasi 100 anni fa nell'area del Podkamennaya Tunguska.
In questa sede non esamineremo gli elementi fondamentali delle principali ipotesi ma, piuttosto, concentreremo la nostra attenzione su quei fatti che sono rimasti nell'ombra e, per qualche strano motivo, non hanno mai avuto l'attenzione che meritano. Sorprendentemente questi fatti, associati ad un antico poema epico, presentano un quadro del tutto differente dell'evento accaduto agli inizi del secolo scorso.
Nelle primissime fasi del presente studio dovremmo sottolineare il fatto che prima e dopo l'esplosione di Tunguska si sono verificati molti altri eventi ad essa in qualche modo legati, essendo anelli di un'unica catena. Quindi, utilizzando i metodi impiegati nelle indagini criminali, li riuniremo in un singolo "caso". Al fine di vedere la realtà che da così lungo tempo sfugge agli occhi dei ricercatori, volgeremo il nostro sguardo a ritroso e in avanti nello spazio e nel tempo, prendendo in considerazione eventi separati da decine, o persino centinaia di anni.
A tale scopo faremo riferimento ai resoconti dei testimoni oculari che, pure in una Siberia con densità di popolazione assai bassa, si contarono a migliaia; ancora alla fine degli anni '60 era possibile reperire qualcosa come 3.000 individui che ricordavano quello straordinario evento!
Prima di passare ai fatti, dovremmo rendere noto quanto abbiamo ipotizzato nel corso della nostra indagine: una teoria sull'esplosione di Tunguska che molti non si aspetteranno ma che è stata elaborata durante l'analisi di una grande quantità di dati. Attingendo alle testimonianze di migliaia di testimoni dell'esplosione, alle scoperte dei ricercatori, al testo dell'epopea Yakut Olonkho, alla cronologia ricostruita degli eventi e ad un'analisi delle conseguenze dell'esplosione descritta non solo nel poema epico ma anche attraverso gli sforzi dei ricercatori scientifici, è possibile avanzare la fondata ipotesi che nell'immenso territorio disabitato della Yacuzia nordoccidentale esista un'antica installazione sotterranea tecnologicamente avanzata.

In tempi remoti qualcuno ha costruito, in quella che è nota come "la Valle della Morte", un complesso che ancora oggi protegge la Terra da meteoriti ed asteroidi. Naturalmente un'ipotesi di questo genere è sconcertante; anche il solo contemplare una tale possibilità presenta notevoli difficoltà. Ne consegue che per migliaia di anni al nostro fianco è esistito qualcosa che non solo supera di gran lunga i nostri attuali traguardi tecnologici ma addirittura le nostre più audaci fantasie su quelli che potremmo conseguire in futuro — e non ci siamo accorti di nulla! Ovviamente nessuno fra coloro che hanno indagato sulle varie conseguenze scientificamente inspiegabili della catastrofe di Tunguska avrebbe potuto immaginare che tutte le tracce lasciate dalle esplosioni erano il risultato dell'attività di qualche antico sistema di difesa cosmica lasciato da ignoti costruttori!

Leggende locali e moniti degli sciamani
Vi presentiamo un particolare preservato nella memoria ancestrale della popolazione locale, tramandato nel corso dei millenni in un antico poema epico.
Le leggende tramandate per via orale narrano come questa terra un tempo venne improvvisamente avvolta da un'oscurità impenetrabile e la zona fu scossa da un rombo assordante; si levò un uragano di potenza mai vista e il terreno fu scosso da possenti colpi.
Una volta che tutto era tornato tranquillo e le tenebre si erano dissipate, agli occhi della popolazione si presentò un'inedita visione. Nel mezzo della terra bruciata si ergeva una struttura verticale, splendente nella luce solare e visibile ad una distanza di molti giorni di viaggio. Per un lungo periodo la struttura emise sgradevoli rumori assordanti quindi, gradualmente, diminuì in altezza sino a scomparire del tutto nel terreno; al suo posto rimase un immenso "orifizio" verticale a voragine.
Nel corso della nostra esposizione dei fatti sottoporremo alla vostra attenzione numerosi brani dell'Olonkho che, in virtù della ovvia natura tecnologica degli eventi descritti negli antichi racconti, corroborano con forza l'ipotesi avanzata; è sorprendente come coloro che hanno tradotto ed analizzato i testi in questione non abbiano notato e nemmeno sospettato tutto questo.
Iniziamo con una dettagliata ricostruzione degli eventi, cercando di comporre un quadro integrale di quanto accadde prima e dopo la catastrofe del 1908.
I primi a venire a conoscenza dell'incombente calamità furono gli sciamani delle tribù locali. Due mesi prima dell'esplosione nella taigà iniziarono a circolare voci sulla prossima "fine del mondo". Gli sciamani, spostandosi da un insediamento all'altro, avvertirono dell'imminente cataclisma le popolazioni, le quali cominciarono a trasferire le proprie mandrie dai settori superiori del Podkamennaya Tunguska allo Nizhniaya Tunguska ed oltre, verso il fiume Lena.

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L'esodo degli Evenk iniziò subito dopo un suglan (raduno) di tutti i clan nomadi che si spostavano nelle vicinanze, raduno che ebbe luogo nel mese di Teliat (maggio). Un convegno segreto degli anziani aveva stabilito che bisognava cambiare il tracciato ciclico delle loro peregrinazioni e che i clan dovevano spostarsi assieme lungo quello nuovo.
Quindi vi fu un'importante circostanza rituale nella quale il "Grande Sciamano" annunciò la "Fine del Mondo":
Gli antenati dissero che dovevano spostarsi dai loro luoghi tradizionali. Nessuno dovrebbe trovarsi lì dopo il mese di Teliat, ovvero nel mese di Munchun [giugno], così dissero gli antenati... Il popolo superiore desidera visitare Dulia... Nessuno dovrebbe esserne testimone.
Così i nomadi iniziarono a spostarsi attraverso la taiga...
Obbedendo a qualche senso interiore e confermando alla lettera le asserzioni degli sciamani, gli animali selvatici cominciarono ad andarsene. Gli uccelli abbandonarono le loro aree di nidificazione, i cigni lasciarono i laghi e i pesci scomparvero dai fiumi. Un'immensa distesa di taiga, estesa varie decine di migliaia di chilometri quadrati, perse la propria fauna; nella zona del pericolo rimasero soltanto coloro che non credevano alle parole degli sciamani.
Tutto questo parla da sé. Ovviamente un qualche preallarme dell'evento incombente fu comunicato tramite gli sciamani che "parlarono con gli spiriti degli antenati". Gli animali, i pesci e gli uccelli reagirono istintivamente al pericolo in arrivo, rispondendo all'influsso negativo del crescente campo elettromagnetico terrestre in quella parte della taiga.

Dopo aver studiato il testo dell’Olonkho, parlando con i cacciatori del luogo e con coloro che sono ancora in vita e ricordano i remoti eventi, abbiamo avuto l'impressione che il complesso in questione sia disseminato in diverse parti della taiga e situato per lo più sottoterra.

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Il generatore di energia della Installazione
La distruzione o la deviazione di meteoriti ed asteroidi si ottiene utilizzando un campo di forza convogliato in forma concentrata da un qualche tipo di formazioni elettromagnetiche che assomigliano ad ardenti sfere luminose; fondamentalmente sono come dei fulmini globulari, con la differenza che il più grande fulmine globulare conosciuto a livello scientifico ha un diametro di circa due metri, mentre le sfere utilizzate per distruggere o deviare meteoriti hanno dimensioni gigantesche — qualcosa come 60 metri di diametro!

Quello che nel 1908 migliaia di persone videro in gran parte della Siberia era il loro volo, con il risultato che i testimoni dell'evento di Tunguska attribuirono l'intero fenomeno alla comparsa di una serie di fulmini globulari!
Apparentemente le "sfere di plasma" sono prodotte da un generatore di energia situato nelle profondità della Terra, in un luogo deliberatamente scelto da qualcuno e associato ad una particolare area geofisica del pianeta: l'anomalia magnetica della Siberia Orientale. Il periodico Tekhnika Molodiozhi (numero 1, 1984) la definì "una super-anomalia magnetica la cui origine si trova alla profondità di mezzo raggio terrestre". In altri termini, il generatore di energia del complesso attinge all'energia del pianeta e in qualche misura è esso stesso, almeno così sembrerebbe, una delle cause della super- anomalia in questione.
I preparativi per contrastare l'arrivo del meteorite di Tunguska (era indubbiamente un meteorite; in un certo senso Kulik aveva ragione) iniziarono due mesi prima dell'esplosione, come confermato dal comportamento degli sciamani e degli animali della taiga. Circa 10 giorni prima del fenomeno, la "Installazione" situata nella Valle della Morte passò ad un fase attiva. Fu l'attivazione del generatore di energia, e l'aumento del suo livello energetico determinato dal complesso che iniziava i preparativi per la generazione dell'energia (sfere elettromagnetiche) che agiva sull'ambiente, a divenire la causa della comparsa di ragguardevoli anomalie atmosferiche associate alla crescente tensione del campo elettromagnetico terrestre.
L'effetto dell'Installazione fu così potente che nei 10 giorni antecedenti l'esplosione in molti paesi d'Europa, così come nella Siberia Occidentale, l'oscurità notturna fu sostituita da un'insolita luminosità, come se quelle aree stessero sperimentando il fenomeno delle "notti bianche" tipico dell'estate ad alta latitudine. Ovunque facevano la loro comparsa, risplendenti nella luce dell'alba e del crepuscolo, nubi argentee che si estendevano da est ad ovest lungo le linee di forza, come quelle dei poli di un magnete. Come ha notato E. Krinov, uno dei ricercatori che si occupano dell'esplosione di Tunguska, vi era la sensazione dell'avvici-narsi di qualche insolito fenomeno naturale.

tunguska63



Molti anni più tardi alcuni ricercatori di Tomsk si imbatterono in una pubblicazione dimenticata, scritta da un certo Professor Weber, relativa ad un potente disturbo geomagnetico; venne rilevato per tre giorni prima dell'intrusione dell'oggetto di Tunguska in un laboratorio dell'Università di Kiel, in Germania, e terminò esattamente quando il gigantesco bolide esplose sull'altopiano siberiano centrale.

Il meteorite di Tunguska e le sfere "Terminator"
Passarono dieci giorni e poi, la mattina del 30 giugno 1908, un corpo proveniente dallo spazio esterno penetrò nell'atmosfera terrestre ad una velocità immensa. Seguiva una traiettoria che andava da sudest a nordovest; la determinazione della traiettoria esatta del meteorite riveste un'importanza fondamentale nell'indagine sull'evento, principalmente perché — come vedremo — nel cielo sovrastante la taiga siberiana vi era-no diversi oggetti in movimento, che si avvicinavano al luogo dell'esplosione da direzioni diverse. Le discrepanze fra i resoconti dei testimoni — che nello stesso momento osservarono oggetti al di sopra di aree della Siberia assai distanti le une dalle altre — hanno generato confusione fra i ricercatori, inducendo l'ipotesi che a manovrare sopra la taiga siberiana fosse probabilmente un'astronave.
Trentotto minuti prima della distruzione del meteorite di Tunguska, il complesso della Valle della Morte entrò nella sua fase culminante; ebbe inizio la generazione delle sfere - che, per convenzione, chiameremo "terminator".
Presso la miniera di Stepanovsky (vicina alla città di Yuzhno- Eniseisk), 30 minuti prima della caduta del meteorite iniziò un terremoto.
Quando il terreno cominciò a tremare sotto i suoi piedi, un testimone di questi eventi si trovava nei pressi di un piccolo lago. Improvvisamente, dentro di lui, crebbe un 'inspiegabile, disumana sensazione di terrore; era come se una qualche forza lo stesse facendo allontanare dal lago. In quel momento l'acqua contenuta nel lago cominciò a calare e mentre defluiva, come in una fessura, comparve il fondo che sembrava aprirsi come i battenti di una porta. Sui bordi dei due giganteschi battenti erano visibili delle dentellature. Il testimone cadde preda di un impulsivo terrore animalesco e fuggi alla massima velocità consentitagli dalle sue gambe.
Dopo aver percorso una considerevole distanza, inciampò in un cespuglio e cadde; una volta rialzatosi si girò e, da quello che prima era il lago, vide innalzarsi una colonna di luce splendente, alla cui sommità comparve una sfera. Il tutto era accompagnato da un terribile, rimbombante ronzio', i suoi abiti presero ad ardere senza fiamma e le radiazioni gli bruciarono il viso e le orecchie...
Questo episodio coincide sorprendentemente bene con i testi della saga Olonkho e con i racconti degli anziani relativi al luogo denominato Tong Duurai, attraverso il quale scorre il torrente Ottoamokh ("buchi nel terreno"), dove vi sono pozzi di incredibile profondità conosciuti come "gli abissi ridenti". Secondo le leggende, da questi si librano turbini ardenti. Dopo un lungo periodo di calma, circa un secolo prima di ogni grande esplosione o serie di esplosioni, si dovrebbe verificare un evento di minore entità. Le leggende narrano che dall'"orifizio di ferro" emergeva un'esile colonna di fuoco, alla cui sommità compariva una grande palla di fuoco, accompagnata in volo dal suo seguito, "uno sciame di turbini fatalmente maledetti" che portavano devastazione nelle vicinanze. Accompagnata da quattro scoppi di tuono in successione, si librava ad un 'altezza ancora più elevata e volava via, lasciando dietro di sé una lunga "scia di fuoco e fumo". Poi, in distanza, risuonava il cannoneggiamento delle sue esplosioni...
Un aspetto degno di nota è che le leggende Yakut contengono davvero tanti riferimenti a esplosioni, turbini ardenti e al lancio di sfere fiammeggianti vomitate da "un orifizio che eruttava fumo e fuoco" con un "enorme coperchio d'acciaio", nelle cui profondità si trova un intero paese sotterraneo. Questo paese è abitato da un focoso furfante "il quale dissemina contagio e scaglia una sfera ardente" — il gigante Uot Usumu Tong Duurai (che si può tradurre come "il criminale straniero che ha perforato la terra e si nasconde nelle profondità, seminando tutt'attorno devastazione con un turbine ardente").

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Ultimo aggiornamento Domenica 14 Dicembre 2014 18:08
 
Quando il Mediterraneo era all'asciutto PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Domenica 14 Dicembre 2014 16:36

E' stata avanzata un'ipotesi, cioè che il termine “colonne d’Ercole” fosse una denominazione nata al tempo di quelle genti e riferentesi all’inondazione — periodica o ripetutasi più volte — del bacino del Mediterraneo da parte delle acque dell’oceano Atlantico.
Di recente è stato pubblicato un libro interessante, Il Diluvio di William Ryan e Walter Pitman (Edizioni Piemme, 1999), nel quale si cerca di dimostrare che il mitico “diluvio” delle antiche tradizioni babilonesi e bibliche non sarebbe altro che l’inondazione del Mar Nero da parte delle acque del Mediterraneo. Nello stesso volume si riportano molti dati scientifici che indicano anche come la prima inondazione della depressione mediterranea da parte delle acque dell’Atlantico, avvenuta attraverso lo sfondamento della barriera di Gibilterra
(da qui la denominazione di “Colonne d’Ercole”, a indicare le ultime barriere di roccia che ancora si ergevano a contrastare sempre piu inutilmente il dilagare delle acque), si verificò in un’epoca remota, tra i cinque o i sette milioni di anni fa, quando il Mediterraneo era una distesa deserrica che circondava le sponde di laghi in prosciugamento i cui bassipiani costieri di fango evaporavano sotto l’azione impietosa di un sole rovente.

La biblioteca oceanica
Come si è arrivati con certezza scientifica a questa conclusione? Molto semplice. Lavorando alla ricerca del petrolio, alcuni anni fa la nave scientifica Glomar Challenger compì un’intensa campagna di perforazioni sul letto del Mediterraneo, e da quell’attività è derivata una scoperta sensazionale: la dimostrazione che un tempo il Mediterraneo era asciutto, e fu più volte invaso dalle acque dell’Atlantico, che si ritirarono e riavanzarono lasciando il bacino tra Europa e Africa più o meno parzialmente sommerso.
Il fondo sedimentario oceanico è infatti una biblioteca di informazioni pratiche. Il suo contenuto è costituito da fanghi, fanghiglie, sabbie e rocce, tratte da montagne erose dalle precipitazioni, sabbie desertiche portate dal vento, il vagare del mare, il formarsi e lo sciogliersi dei ghiacci, e la vita di una moltitudine di esseri che un tempo colonizzavano il fondo sia acqueo sia asciutto lasciando dietro di sé resti scheletrici fossilizzati.
La storia della Terra è scritta sotto forma di una pioggia di particelle sedimentarie che nel corso di milioni e milioni di anni ha costruito sul letto dei mari una moltitudine di strati di manto che ha uno spessore di centinaia di metri. La storia varia da luogo a luogo e da un era alla successiva: alcuni oceani si sono formati in ambienti tropicali caldi, altri invece hanno trascorso gran parte della loro esistenza alle gelide estremità polari.
Così, quando la Glomar Challenger partì nel 1968 per attraversare prima l’Oceano Atlantico poi il Pacifico, le sue trivellazioni nel fondo dell’abisso hanno potuto districare una note-
vole mole di informazioni sul cambiamento di configurazione di continenti e oceani. E in nessun posto le sue scoperte inaspettate ebbero una parte tanto rilevante come nella prima prospezione del fondo del Mediterraneo nell’estate del 1970...

Una colonna di Atlantide
Nel pieno della notte del 27 agosto la nave cominciò a sussultare. La nuova trivellazione era già penetrata quattrocento metri nel fondo marino. Il martellamento crebbe d’intensità e non diminuì fino allo spuntare del sole. Ciò poteva solo significare che la trivella stava mordendo sulla roccia dura. In base ai profili delle riverberazioni, i ricercatori Ryan e Hsu dedussero che era troppo presto per aver toccato la roccia diletto. Tuttavia in sei ore la trivella era penetrata meno di tre metri. Hsù, preso dall’impazienza, decise di tirar su qualsiasi cosa fosse rimasta del macinato.
Quando i tecnici tolsero la camicia di plastica trasparente e portarono agli scienziati in attesa il tubo col suo carico di roccia, qualcuno esclamò: “Mio Dio, una colonna di Atlantide!”. Attraverso la parete unta di grasso del rivestimento si vedeva che la bianca colonna rocciosa aveva una struttura marmorea.
Portato sul banco del laboratorio, il cilindro di roccia - un metro e mezzo di lunghezza, sette centimetri e mezzo di diametro - si frantumò in tanti pezzi, che gli scienziati studiarono uno per uno. La sottile struttura lamellare indusse alcuni a pronunciare la parola “ballatino”, il nome dato in Sicilia a un tipo di alabastro che si sfoglia in sottilissime lamelle: un materiale per scolpire i bassorilievi di Nimrud e Ninive. La roccia, cinerina con striature scure, aveva la struttura dello zucchero granulare
indurito, ed era spruzzata di noduli bianchi candidissimi. Era un tipico componente della roccia Gessoso Solfifera della Sicilia.
Al centro la stratificazione era rugosa. Hsu ne accostò un pezzettino alla lingua e sobbalzò; poi disse: “Adesso ci crederete se vi diciamo che un tempo il Mediterraneo si era prosciugato!”. La sua lingua aveva riconosciuto l’anidrite, una varietà secca di selenite. Attualmente si forma soltanto nei bassifondi di marea delle coste caldissime e aridissime del Golfo Persico. Tali bassifondi costieri, che gli Arabi del posto chiamano sabkha, vengono allagati circa ogni dieci anni sotto l’azione di forti tempeste. Per il resto del tempo il sole vi picchia e fa evaporare tutta l’umidità. L’anidrite è il precipitato residuo rimasto.
Hsu attirò l’attenzione sulle strutture rugose. “Queste”, disse, “sono formate da alghe che dopo ogni tempesta secernono un enorme quantità di materiale sui sabkha intrisi d’acqua. Guardate, potete perfino distinguere i contorni delle cellule originarie, alla cui fotosintesi la luce del sole è indispensabile”.

Un remoto deserto
Per due giorni di seguito la Glomar Challenger rovistò dentro un’altra trentina di metri di roccia anidritica, finché la trivella si consumò e si dovette smettere. Furono portate in coperta altre sette carote. Ognuna di esse aggiungeva ulteriori testimonianze, confermando il quadro sempre più chiaro di un paesaggio mediterraneo desertico macerato dal sole.
Mentre la Glomar Challenger faceva rotta a est in direzione del Mar lonio, Hsu, Bianca Maria Rita e Ryan cercavano di immaginare
la fase di secca. Era un insieme di lagune separate, intercomunicanti e collegate a un flusso marino alimentato dalle acque atlantiche attraverso lo Stretto di Gibilterra, le famose Colonne d’Ercole? Oppure l’intera regione era tagliata fuori dall’Atlantico da uno sbarramento da cui di quando in quando l’acqua debordante precipitava fragorosamente, da un’altezza di molte
migliaia di metri, in un inferno di caldo che giaceva sotto il livello del mare trenta volte di più della Valle della Morte in California?
In assenza di un giudizio unanime gli scienziati convennero di intraprendere altre trivellazioni per valutare le alternative. Se un precedente Mediterraneo poco profondo era sprofondato per diventare un bacino profondo, allora i sedimenti accumulati dopo l’anidrite dovevano contenere la testimonianza di un progressivo abbassamento del fondo marino. Poiché la fauna e la flora del sedimento registrano con relativa fedeltà l’abbassamento della temperatura, l’aumento della pressione, la riduzione di cibo e di ossigeno, infine la rapidità con cui la luce diminuisce, tutte condizioni che si verificano quando un oceano diventa man mano più profondo, tale graduale abbassamento dovrebbe aver lasciato dietro di sé testimonianze leggibili.
Se invece il Mediterraneo fosse stato sempre profondo eccetto che nel periodo in cui si era prosciugato, allora un subitaneo allagamento del suo fondo desertico sarebbe avvenuto in seguito all’apertura degli sbarramenti. Data la presenza di un immenso bacino idraulico quale l’Atlantico, non ci sarebbe stato modo di arrestare un diluvio di acqua salata che fosse defluita attraverso la saracinesca di Gibilterra. La resa dei conti fra i sostenitori dello “sprofondamento graduale” e quelli dell”’allagamento subitaneo” venne nelle ultime settimane della spedizione, quando la Glomar Challenger entrò nel Tirreno per trivellare a est della Sardegna, in una delle aree più giovani del Mediterraneo. Per i sostenitori dello “sprofondamento graduale” era il posto ideale per dimostrare il progressivo allagamento di una precendente piattaforma poco profonda. Alla profondità di tremila metri le carote raccolsero l’intero spessore della fanghiglia al disopra dell’anidrite e dell’alabastro. I trivellatori riuscirono a ricuperare intatto lo strato che legava le rocce evaporitiche alla soprastante fanghiglia marina. Sicché le carote issate a bordo non lasciavano spazio a dubbi. Erano la dimostrazione che il passaggio dalla sabbia arida del deserto alla fanghiglia marina era corso sul filo del rasoio. La primissima fanghiglia sopra la sabbia spazzata dal vento era stata depositata interamente nella “zona batiale”. Poiché è tipico di tale fanghiglia ispessirsi di due centimetri e mezzo ogni mille anni, il mutamento improvviso dimostrava che era occorso un periodo di transizione non più lungo di uno o due secoli perché l’ambiente si trasformasse da fondo lacustre arido in abisso profondo oltre mille metri, I depositi fluviali si alternavano con un terreno rugginoso che conteneva i semi e le radici fossilizzati di artemisie del deserto.
Una successiva trivellazione, alla base della scarpata continentale, incontrò lungo il bordo del lago salato i menzionati sabkha con la loro caratteristica struttura anidritica. Segui-
va poi la prevista laguna col suo alabastro e il manto di alghe. Ma le carote estratte sotto il piano abissale proprio nell’ultima trivellazione furono letteralmente le più mozzafiato; infatti contenevano un deposito che nessuno avrebbe potuto pensare potesse sopravvivere al passaggio dal fondo marino alla nave.
Nel traslucido tubo carotiere era possibile discernere i contorni di lunghi e sottili cilindri di roccia a loro volta pressoché completamente trasparenti. Impaziente come al solito, Hsu infilò la mano nel tubo e ne estrasse un pezzo che a Ryan diede l’esatta impressione di un ghiacciolo. Hsu lo accostò alle labbra e gli diede una leccata. Il sapore di sale era inconfondibile.
Come voleva il linguaggio tecnico, il rapporto preliminare della spedizione avrebbe parlato di alogenuro con un composto di cloruro di sodio, contenente zone arricchite di magnesio e potassio. Quei minerali altamente solubili avevano sopportato miracolosamente il viaggio di tremila metri attraverso l’acqua grazie al manovratore, che di propria iniziativa aveva issato la carota 134-10 premendo l’acceleratore a tavoletta. Sulla faccia liscia della roccia era chiaramente visibile la sezione trasversale di un’incrinatura da essiccazione colma di cristalli di sale. In effetti, per un breve periodo quello stesso lago salato al centro del bacino si era disseccato trasformandosi in una fossa vuota.

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Ultimo aggiornamento Domenica 14 Dicembre 2014 16:55
 
La Misteriosa "Valle della Morte" Siberiana - Prima parte PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Domenica 07 Dicembre 2014 14:06

Di Valery Uvarov

Nella zona siberiana della Jacuzia nord-occidentale, nel bacino del Viljuj superiore, si trova un'area di difficile accesso che reca i segni di un tremendo cataclisma, avvenuto circa 800 anni fa, che rovesciò l'intero manto forestale e sparpagliò frammenti di roccia lungo centinaia di chilometri quadrati. Distribuiti in quest'area vi sono misteriosi oggetti metallici, situati in profondità nel permafrost; in superficie la loro presenza è rivelata unicamente da macchie di vegetazione bizzarra. L'antico nome di quest'area è Uliuiu Cherkechekh, traducibile come "la Valle della Morte".
Da molti anni gli abitanti del luogo girano alla larga da questa remota zona che ha giocato, e gioca tuttora, un ruolo speciale e significativo nel destino non solo della civiltà ma anche del pianeta nel suo complesso.
Dopo aver ordinato secondo un sistema una consistente mole di rapporti e materiale di vario genere, abbiamo deciso di rendervi consapevoli di qualcosa che, se il genere umano presterà attenzione a quanto si afferma in questa sede, potrà cambiare la percezione del mondo che ci circonda e del posto che in esso occupiamo.
Allo scopo di fornire un quadro il più completo possibile, abbiamo suddiviso il nostro reso-conto in tre sezioni; la prima contiene i fatti e le testimonianze oculari così come ci sono pervenuti; la seconda presenta le antiche leggende delle popolazioni che vivono nell'area e la poesia epica delle popolazioni confinanti che hanno osservato strani fenomeni, importante perché in tal modo potrete svolgere le vostre personali indagini e valutare voi stessi tutti i dettagli del racconto; nella terza, infine, esaminiamo cosa c'è dietro tutto questo [vedere Seconda parte].

Rapporti di testimoni oculari
Si può descrivere l'area in questione, che si estende per oltre 100.000 chilometri quadrati, come una massa uniforme di acquitrini, alternati da una taiga pressoché impraticabile. A quest'area sono state associate dicerie alquanto curiose, inerenti ad oggetti metallici di origine ignota disseminati per tutta la sua estensione.
Per far luce su qualunque cosa che, presente in modo vagamente percettibile intorno a noi, abbia dato origine a tali dicerie, abbiamo dovuto addentrarci nella storia antica di questa regione, per scoprirne credenze e leggende. Siamo riusciti a ricreare determinati elementi della locale paleotoponomastica, combacianti in modo sorprendente con il contenuto delle antiche leggende; tutto indicava che leggende e dicerie facevano riferimento a cose alquanto specifiche.
In tempi antichi, la Valle della Morte era parte di un itinerario nomade utilizzato dal popolo Evenk, che portava da Bodaibo ad Annybar e quindi alla costa del mare di Laptev. Un mercante che rispondeva al nome di Savvinov commerciò lungo questo itinerario fino al 1936 e, quando costui cessò la propria attività, gli abitanti abbandonarono gradualmente quei luoghi; infine l'anziano mercante e sua nipote Zina decisero di trasferirsi a Siuldiukar. In un punto dell'area compresa fra due fiumi e conosciuta col nome di Kheldyu (che nel linguaggio locale significa "casa di ferro"), il vecchio mercante condusse Zina sino ad un piccolo arco rossastro leggermente schiacciato dove, dopo aver attraversato un corridoio a spirale, essi si ritrovarono in una serie di camere metalliche nelle quali poi trascorsero la notte; il nonno di Zina le riferì che in quelle stanze la temperatura era estiva anche quando all'esterno il freddo era di quelli più rigidi.

In tempi passati i più audaci fra i cacciatori locali presero a trascorrere la notte in quelle stanze; poi, però, costoro iniziarono ad ammalarsi gravemente e quelli che avevano passato lì diverse notti di seguito ben presto morirono. Gli abitanti dell'area dicevano che il luogo era "assai brutto, paludoso, e nemmeno gli animali ci vanno". La posizione di tutte queste costruzioni era nota soltanto ai vecchi che in gioventù erano stati cacciatori e che avevano spesso visitato quei luoghi; vivevano da nomadi e la loro conoscenza delle peculiarità dell'area — i luoghi dove si poteva andare e quelli dove non era possibile farlo — era una questione di vita o di morte. I loro discendenti hanno adottato uno stile di vita stanziale e quindi queste antiche conoscenze sono andate perse.
Attualmente gli unici riscontri che indicano l'esistenza di queste costruzioni sono antiche denominazioni di luoghi parzialmente tra-mandate ed ogni sorta di dicerie; tuttavia ognuno di questi toponimi rappresenta centinaia, se non migliaia, di chilometri quadrati.
Nel 1936, lungo il fiume Olguidakh ("posto del calderone"), un geologo guidato da anziani nativi si imbatté in un liscio emisfero metallico, di colore rossastro, che spuntava dal terreno con un bordo talmente affilato che "tagliava le unghie"; le sue pareti erano spesse due centimetri ed emergeva dal terreno per circa un quinto del suo diametro. Il geologo ne inviò una descrizione a Jakutsk, centro della regione. Nel 1979, una spedizione archeologica partita da Jakutsk cercò di individuare l'emisfero scoperto dal geologo; i componenti della squadra avevano al seguito una guida che in gioventù aveva visto la struttura in varie occasioni, tuttavia costui disse che l'area era cambiata in modo rilevante e quindi non riuscirono a trovare alcunché. Bisogna sottolineare che in quella località è possibile passare a dieci passi distanza da qualcosa senza notarla, di conseguenza le scoperte precedenti sono state frutto di casi fortuiti.
Nel 1853 R. Maak, rinomato esploratore della regione, scrisse: "A Suntar [un insediamento della Jacuzia] mi riferirono che nei tratti superiori del Viljuj vi è un torrente denominato Algy timirbit (traducibile come "il grande calderone affondato") che confluisce nel Viljuj stesso. Vicino alla sua riva, nella foresta, c'è un gigantesco calderone di rame, le cui dimensioni effettive sono ignote, dato che dal terreno ne spunta soltanto il bordo; al suo interno, comunque, crescono vari alberi..."
N. D. Arkhipov, studioso delle antiche culture della Jacuzia, rilevò la stessa cosa: "Un'antica leggenda della popolazione del bacino del Viljuj riguarda l'esistenza di calderoni di bronzo, altrimenti detti olguìs, nei tratti superiori di quel fiume. Questa leggenda merita attenzione poiché le aree che a quanto si presume ospitano i mitici calderoni sono attraversate da vari torrenti chiamati Olguidakh — 'Torrente del Calderone'."
Segue un brano di una lettera scritta nel 1996 da Mikhail Koretsky di Vladivostok, che ha visitato anch'egli la Valle della Morte:

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