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Quando il Mediterraneo era all'asciutto PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Domenica 14 Dicembre 2014 16:36

E' stata avanzata un'ipotesi, cioè che il termine “colonne d’Ercole” fosse una denominazione nata al tempo di quelle genti e riferentesi all’inondazione — periodica o ripetutasi più volte — del bacino del Mediterraneo da parte delle acque dell’oceano Atlantico.
Di recente è stato pubblicato un libro interessante, Il Diluvio di William Ryan e Walter Pitman (Edizioni Piemme, 1999), nel quale si cerca di dimostrare che il mitico “diluvio” delle antiche tradizioni babilonesi e bibliche non sarebbe altro che l’inondazione del Mar Nero da parte delle acque del Mediterraneo. Nello stesso volume si riportano molti dati scientifici che indicano anche come la prima inondazione della depressione mediterranea da parte delle acque dell’Atlantico, avvenuta attraverso lo sfondamento della barriera di Gibilterra
(da qui la denominazione di “Colonne d’Ercole”, a indicare le ultime barriere di roccia che ancora si ergevano a contrastare sempre piu inutilmente il dilagare delle acque), si verificò in un’epoca remota, tra i cinque o i sette milioni di anni fa, quando il Mediterraneo era una distesa deserrica che circondava le sponde di laghi in prosciugamento i cui bassipiani costieri di fango evaporavano sotto l’azione impietosa di un sole rovente.

La biblioteca oceanica
Come si è arrivati con certezza scientifica a questa conclusione? Molto semplice. Lavorando alla ricerca del petrolio, alcuni anni fa la nave scientifica Glomar Challenger compì un’intensa campagna di perforazioni sul letto del Mediterraneo, e da quell’attività è derivata una scoperta sensazionale: la dimostrazione che un tempo il Mediterraneo era asciutto, e fu più volte invaso dalle acque dell’Atlantico, che si ritirarono e riavanzarono lasciando il bacino tra Europa e Africa più o meno parzialmente sommerso.
Il fondo sedimentario oceanico è infatti una biblioteca di informazioni pratiche. Il suo contenuto è costituito da fanghi, fanghiglie, sabbie e rocce, tratte da montagne erose dalle precipitazioni, sabbie desertiche portate dal vento, il vagare del mare, il formarsi e lo sciogliersi dei ghiacci, e la vita di una moltitudine di esseri che un tempo colonizzavano il fondo sia acqueo sia asciutto lasciando dietro di sé resti scheletrici fossilizzati.
La storia della Terra è scritta sotto forma di una pioggia di particelle sedimentarie che nel corso di milioni e milioni di anni ha costruito sul letto dei mari una moltitudine di strati di manto che ha uno spessore di centinaia di metri. La storia varia da luogo a luogo e da un era alla successiva: alcuni oceani si sono formati in ambienti tropicali caldi, altri invece hanno trascorso gran parte della loro esistenza alle gelide estremità polari.
Così, quando la Glomar Challenger partì nel 1968 per attraversare prima l’Oceano Atlantico poi il Pacifico, le sue trivellazioni nel fondo dell’abisso hanno potuto districare una note-
vole mole di informazioni sul cambiamento di configurazione di continenti e oceani. E in nessun posto le sue scoperte inaspettate ebbero una parte tanto rilevante come nella prima prospezione del fondo del Mediterraneo nell’estate del 1970...

Una colonna di Atlantide
Nel pieno della notte del 27 agosto la nave cominciò a sussultare. La nuova trivellazione era già penetrata quattrocento metri nel fondo marino. Il martellamento crebbe d’intensità e non diminuì fino allo spuntare del sole. Ciò poteva solo significare che la trivella stava mordendo sulla roccia dura. In base ai profili delle riverberazioni, i ricercatori Ryan e Hsu dedussero che era troppo presto per aver toccato la roccia diletto. Tuttavia in sei ore la trivella era penetrata meno di tre metri. Hsù, preso dall’impazienza, decise di tirar su qualsiasi cosa fosse rimasta del macinato.
Quando i tecnici tolsero la camicia di plastica trasparente e portarono agli scienziati in attesa il tubo col suo carico di roccia, qualcuno esclamò: “Mio Dio, una colonna di Atlantide!”. Attraverso la parete unta di grasso del rivestimento si vedeva che la bianca colonna rocciosa aveva una struttura marmorea.
Portato sul banco del laboratorio, il cilindro di roccia - un metro e mezzo di lunghezza, sette centimetri e mezzo di diametro - si frantumò in tanti pezzi, che gli scienziati studiarono uno per uno. La sottile struttura lamellare indusse alcuni a pronunciare la parola “ballatino”, il nome dato in Sicilia a un tipo di alabastro che si sfoglia in sottilissime lamelle: un materiale per scolpire i bassorilievi di Nimrud e Ninive. La roccia, cinerina con striature scure, aveva la struttura dello zucchero granulare
indurito, ed era spruzzata di noduli bianchi candidissimi. Era un tipico componente della roccia Gessoso Solfifera della Sicilia.
Al centro la stratificazione era rugosa. Hsu ne accostò un pezzettino alla lingua e sobbalzò; poi disse: “Adesso ci crederete se vi diciamo che un tempo il Mediterraneo si era prosciugato!”. La sua lingua aveva riconosciuto l’anidrite, una varietà secca di selenite. Attualmente si forma soltanto nei bassifondi di marea delle coste caldissime e aridissime del Golfo Persico. Tali bassifondi costieri, che gli Arabi del posto chiamano sabkha, vengono allagati circa ogni dieci anni sotto l’azione di forti tempeste. Per il resto del tempo il sole vi picchia e fa evaporare tutta l’umidità. L’anidrite è il precipitato residuo rimasto.
Hsu attirò l’attenzione sulle strutture rugose. “Queste”, disse, “sono formate da alghe che dopo ogni tempesta secernono un enorme quantità di materiale sui sabkha intrisi d’acqua. Guardate, potete perfino distinguere i contorni delle cellule originarie, alla cui fotosintesi la luce del sole è indispensabile”.

Un remoto deserto
Per due giorni di seguito la Glomar Challenger rovistò dentro un’altra trentina di metri di roccia anidritica, finché la trivella si consumò e si dovette smettere. Furono portate in coperta altre sette carote. Ognuna di esse aggiungeva ulteriori testimonianze, confermando il quadro sempre più chiaro di un paesaggio mediterraneo desertico macerato dal sole.
Mentre la Glomar Challenger faceva rotta a est in direzione del Mar lonio, Hsu, Bianca Maria Rita e Ryan cercavano di immaginare
la fase di secca. Era un insieme di lagune separate, intercomunicanti e collegate a un flusso marino alimentato dalle acque atlantiche attraverso lo Stretto di Gibilterra, le famose Colonne d’Ercole? Oppure l’intera regione era tagliata fuori dall’Atlantico da uno sbarramento da cui di quando in quando l’acqua debordante precipitava fragorosamente, da un’altezza di molte
migliaia di metri, in un inferno di caldo che giaceva sotto il livello del mare trenta volte di più della Valle della Morte in California?
In assenza di un giudizio unanime gli scienziati convennero di intraprendere altre trivellazioni per valutare le alternative. Se un precedente Mediterraneo poco profondo era sprofondato per diventare un bacino profondo, allora i sedimenti accumulati dopo l’anidrite dovevano contenere la testimonianza di un progressivo abbassamento del fondo marino. Poiché la fauna e la flora del sedimento registrano con relativa fedeltà l’abbassamento della temperatura, l’aumento della pressione, la riduzione di cibo e di ossigeno, infine la rapidità con cui la luce diminuisce, tutte condizioni che si verificano quando un oceano diventa man mano più profondo, tale graduale abbassamento dovrebbe aver lasciato dietro di sé testimonianze leggibili.
Se invece il Mediterraneo fosse stato sempre profondo eccetto che nel periodo in cui si era prosciugato, allora un subitaneo allagamento del suo fondo desertico sarebbe avvenuto in seguito all’apertura degli sbarramenti. Data la presenza di un immenso bacino idraulico quale l’Atlantico, non ci sarebbe stato modo di arrestare un diluvio di acqua salata che fosse defluita attraverso la saracinesca di Gibilterra. La resa dei conti fra i sostenitori dello “sprofondamento graduale” e quelli dell”’allagamento subitaneo” venne nelle ultime settimane della spedizione, quando la Glomar Challenger entrò nel Tirreno per trivellare a est della Sardegna, in una delle aree più giovani del Mediterraneo. Per i sostenitori dello “sprofondamento graduale” era il posto ideale per dimostrare il progressivo allagamento di una precendente piattaforma poco profonda. Alla profondità di tremila metri le carote raccolsero l’intero spessore della fanghiglia al disopra dell’anidrite e dell’alabastro. I trivellatori riuscirono a ricuperare intatto lo strato che legava le rocce evaporitiche alla soprastante fanghiglia marina. Sicché le carote issate a bordo non lasciavano spazio a dubbi. Erano la dimostrazione che il passaggio dalla sabbia arida del deserto alla fanghiglia marina era corso sul filo del rasoio. La primissima fanghiglia sopra la sabbia spazzata dal vento era stata depositata interamente nella “zona batiale”. Poiché è tipico di tale fanghiglia ispessirsi di due centimetri e mezzo ogni mille anni, il mutamento improvviso dimostrava che era occorso un periodo di transizione non più lungo di uno o due secoli perché l’ambiente si trasformasse da fondo lacustre arido in abisso profondo oltre mille metri, I depositi fluviali si alternavano con un terreno rugginoso che conteneva i semi e le radici fossilizzati di artemisie del deserto.
Una successiva trivellazione, alla base della scarpata continentale, incontrò lungo il bordo del lago salato i menzionati sabkha con la loro caratteristica struttura anidritica. Segui-
va poi la prevista laguna col suo alabastro e il manto di alghe. Ma le carote estratte sotto il piano abissale proprio nell’ultima trivellazione furono letteralmente le più mozzafiato; infatti contenevano un deposito che nessuno avrebbe potuto pensare potesse sopravvivere al passaggio dal fondo marino alla nave.
Nel traslucido tubo carotiere era possibile discernere i contorni di lunghi e sottili cilindri di roccia a loro volta pressoché completamente trasparenti. Impaziente come al solito, Hsu infilò la mano nel tubo e ne estrasse un pezzo che a Ryan diede l’esatta impressione di un ghiacciolo. Hsu lo accostò alle labbra e gli diede una leccata. Il sapore di sale era inconfondibile.
Come voleva il linguaggio tecnico, il rapporto preliminare della spedizione avrebbe parlato di alogenuro con un composto di cloruro di sodio, contenente zone arricchite di magnesio e potassio. Quei minerali altamente solubili avevano sopportato miracolosamente il viaggio di tremila metri attraverso l’acqua grazie al manovratore, che di propria iniziativa aveva issato la carota 134-10 premendo l’acceleratore a tavoletta. Sulla faccia liscia della roccia era chiaramente visibile la sezione trasversale di un’incrinatura da essiccazione colma di cristalli di sale. In effetti, per un breve periodo quello stesso lago salato al centro del bacino si era disseccato trasformandosi in una fossa vuota.

Una lettera dalla Russia
Ryan non si rese perfettamente dei risultati ottenuti finché non fu tornato all’osservatorio geologico Lamont-Doherty. Lì ricevette la lettera di uno studioso russo di nome I.S. Chumakoy, che aveva conosciuto i loro risultati da un articolo del New York Times ripreso dalla Pravda. Chumakov aveva fatto parte degli ingegneri che avevano costruito in Egitto la diga di Assuan, ed era stato incaricato di eseguire in territorio nubiano una serie di trivellazioni da una riva all’altra del letto roccioso del Nilo allo scopo di individuare un fondo solido sul quale poggiare la diga stessa. Al centro del fiume la trivella, dopo essere penetrata per i normali sei-nove metri nel fango e nella sabbia del letto, continuò a scendere per altri duecentottanta metri prima di incontrare il sottostrato granitico. Gli ingegneri avevano scoperto una profonda e stretta gola scavata dall’antico fiume nascosto. Ancor più insolito fu il rinvenimento, al fondo della gola, di una fanghiglia di mare profondo, serrata tra il fango del Nilo e la roccia granitica diletto. La fanghiglia aveva l’identica età del sedimento che la Glomar Challenger aveva carotato immediatamente al disopra dell’anidrite.
Chumakov aveva capito che quell’antico fiume al di sotto del Nilo era in effetti un sottilissimo braccio del Mediterraneo qual era stato circa cinque milioni di anni prima. Gli era però apparso strano che la gola si trovasse oltre novecentocinquanta chilometri all’interno della costa attuale. Per darsi una ragione dell’afflusso di acqua salata in un fiume così distante dalla costa aveva concluso che in un certo periodo la superficie del Mediterraneo era scesa oltre millecinquecento metri al disotto del livello attuale.
Mentre il Mediterraneo si inaridiva, il Nilo aveva scavato una valle profonda per adeguare in continuazione il suo gradiente di scorrimento alla depressione della costa. Quando alla fine l’afflusso di acqua dall’Atlantico riempì di nuovo il Mediterraneo riportando la sua superficie al livello precedente, la gola fu anch’essa allagata e divenne un estuario marino. L’acqua salata si era aperta la strada verso l’interno dell’Africa con tale rapidità che il Nilo, col suo rientro dalle inondazioni stagionali, non fu in grado di tenere il passo. Gli scienziati della Glomar Challenger salutarono la lettera di Chumakov come una splendida conferma della trasformazione di un mare profondo in deserto e del suo ritorno allo stato di mare.
Alla luce dei risultati della Glomar Challenger si allungava nell’entroterra, ben oltre la piramide di Cheope a Giza nei dintorni del Cairo, un ampia area di valli fluviali sepolte direttamente sotto Alessandria. In quelle antiche terre spoglie era visibile un vecchio ramo del letto del Nilo che correva insieme con dozzine dei suoi tributari maggiori. Evidentemente, man mano che il Mediterraneo si abbassava a causa dell’evaporazione, l’intero margine continentale del Nordafrica era emerso come terraferma ed era stato sottoposto a una forte erosione.

Elefanti nani e anguille in montagna
Le conferme si moltiplicarono. Paleontologi del Museo americano di storia naturale di New York scoprirono nella Spagna meridionale alcuni antichissimi primati, giunti dall’Africa evidentemente attraverso la barriera che univa i due continenti separando l’Atlantico dal
Mediterraneo e che in seguito provocò il prosciugamento del secondo. Nell’isola di Cipro alcuni ricercatori del college universitario di Londra portarono alla luce gli scheletri di elefanti e ippopotami antichi.
Però quei mammiferi non erano i giganti dell’Africa orientale: erano individui pigmei che si sarebbero potuti sollevare e portare in braccio come cuccioli. Evidentemente erano migrati fin dentro il bacino vuoto e desertico dove popolarono gli acquitrini lacustri e la vicina savana. Nella nuova situazione ecologica che si era instaurata al fondo di un Mediterraneo orientale rovente gli elefanti e gli ippopotami assunsero man mano, per via della selezione naturale, forme nane che riuscirono a sopravvivere in un ambiente infernale.
Un pomeriggio di domenica del 1972, in Piemonte, un collezionista di fossili scavò in uno strato di roccia gessosa sul fianco di una collina della valle del Tanaro nei pressi di Santa Vittoria d’Alba, in provincia di Cuneo. Battendo col martello aveva fatto saltar via una sottile lamina di roccia anidritica, al cui interno scopri l’esemplare fossile di un’anguilla che aveva conservato splendidamente i contorni del corpo e delle pinne. La strana lamella fu portata al professor Carlo Sturani, un distinto e vivace docente di paleontologia all’istituto di geologia dell’università di Torino, il quale vi riconobbe subito l’equivalente contemporaneo della Gessoso Solfifera siciliana, dell’anidrite e del sale scoperti da poco dalla Glomar Challenger. Il professore si recò sul posto per studiare nei particolari l’intera successione delle rocce ricche di fossili. Oltre ad anguille vennero in luce foraminiferi, coralli, echinodermi, crostacei, aringhe, piccole passere, mosche drago, foglie, ghiande, tartarughe di terra, canne di acqua dolce e radici di piante ancora presenti sul posto. In un dirupo di una novantina di metri Sturani individuò un antico mare poco profondo che prosciugandosi si era trasformato in un bassopiano di marea con alghe e fenditure nel fango disseccato. Dal bassopiano si era poi formata una bassa laguna le cui acque, per via dell’evaporazione, si erano concentrate al punto che i sali precipitano formando spessi strati di selenite laminata da cui era stata estratta la prima anguilla. Dopo un certo tempo la laguna era tornata a essere un lago salmastro che di quando in quando si riempiva di acqua dolce. Poi, man mano che la zona si trasformava da palude in foresta di sequoie, il lago si prosciugò e diven¬ne una torbiera.
All’improvviso, sotto lo spessore di un quarto di centimetro di roccia, ridiventò un mare profondo e aperto, distante dalla terraferma. Nessuno che non avesse avuto il privilegio di navigare sulla Glomar Challenger si sarebbe mai immaginato che un grande mare come il Mediterraneo avesse potuto svuotarsi per evaporazione con tanta rapidità e altrettanto rapidamente tornare a riempirsi.
Sturani presentò i suoi risultati a un convegno in Olanda dove sperava di incontrare Hsu, la Cita e Ryan o uno dei tre. Proiettò una diapositiva dell’anguilla e descrisse la sua conformazione: “Il segmento posteriore della colonna vertebrale di questa giovane anguilla presentava un inconsueto andamento a zigzag. Questo però era un fenomeno post mortem, dovuto alla contrazione dei tessuti molli: la colonna vertebrale, rigida, aveva dovuto piegarsi per adattarsi alla contrazione, che equivale a un quarto della lunghezza originale. A sua volta la contrazione è la conseguenza della disidratazione”.
L’anguilla era entrata in una laguna piena di acqua salmastra a eccezione di un sottile strato di acqua dolce meno densa. Là era morta, poiché si era infilata nel fondo sterile non ossigenato, e là si era conservata come sotto salamoia. L’acqua salmastra aveva assorbito tutta l’acqua dei tessuti interni penetrandovi attraverso la pelle per osmosi; ma nel contempo aveva costretto il corpo a contrarsi e la colonna vertebrale a piegarsi, come la figura sullo schermo metteva
vividamente in risalto.
Ryan riandò col pensiero alla sua prima spedizione mediterranea a bordo della Chain, una dozzina d’anni prima, quando era stato di guardia durante un’ispezione ecometrica dello Stretto di Gibilterra. Si ritrovò all’entrata nel Mediterraneo, dove centinaia di piccoli e variopinti pescherecci marocchini pescavano anguille. Gli era stato spiegato che quella era la zona di riproduzione delle anguille. Adesso Ryan capiva perché.
Lo sbarramento che cinque milioni di anni fa tratteneva le acque dell’Atlantico fuori dal Mediterraneo si trovava a Gibilterra. Perciò per le anguille aveva costituito una barriera. L’alto sbarramento aveva effettivamente impedito alle anguille mediterranee di recarsi al convegno coi parenti atlantici.
Com’è noto, le anguille dei fiumi europei che sfociano nel Baltico e nell’Atlantico vanno ad accoppiarsi nel Mar dei Sargassi a sud delle Bermuda, mentre quelle dei fiumi europei e nordafricani che sfociano nel Mediterraneo si accoppiano a est dello Stretto di Gibilterra. L’accoppiamento ha luogo ai piedi dello scomparso sbarramento che chiudeva lo Stretto. Ryan si domandò se il ricordo di quel lontano isolamento fosse entrato nel patrimonio genetico immagazzinaro in milioni di anni.
Sicuramente lo sbarramento di Gibilterra era crollato catastroficamente. L’acqua salata della “zona batiale” atlantica inondò il deserto mediterraneo al ritmo di migliaia di cascate del Niagara. Nel corso dell’inondazione la furia delle acque erose la precedente barriera, aprendo un varco profondo forse trecento metri sotto il livello dell’Atlantico che vi si riversava, fino a far scomparire il deserto mediterraneo sotto un chilometro e mezzo di acqua salata.

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Ultimo aggiornamento Domenica 14 Dicembre 2014 16:55
 

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